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Massimo Moriconi - confessioni di un artista umano

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Massimo Moriconi

Massimo Moriconi non ha certo bisogno di presentazioni, ma per chi non lo sapesse siamo al cospetto di uno dei nomi più importanti del panorama musicale italiano, e direi anche internazionale. Il suo curriculum infinito vanta tra i tanti gente del calibro di Chet Baker, Mina, Billy Cobham, “Toots” Thielemans, Massimo Urbani, Paolo Fresu, Enrico Rava... in pratica i nomi più importanti del jazz internazionale e del pop; inoltre è uno dei più apprezzati didatti italiani. massimo-moriconi-2
Oggi di Massimo scopriamo un'immagine più nascosta e molto profonda: non solo il grande musicista ma una persona che ama la vita in tutte le sue sfumature, passionali e metafisiche, e che ha scelto come mezzo di interazione con essa proprio la musica.
Ci siamo incontrati nella scuola “Percentomusica” a Roma (di cui è direttore didattico), e l'intervista è iniziata proprio parlando del rapporto che c'è tra persona e musica...

- Io credo che ci sia uno stretto collegamento tra come si è e come si suona; per te questo ha un senso?
- Sì, secondo me nella maggior parte dei casi succede questo. Durante la mia carriera ho attraversato 2-3 generazioni di musicisti e ho notato che se nella vita una persona è fatta in un modo allora questo si riflette nella sua musica. Forse è anche per questo motivo che per una produzione un musicista viene chiamato al posto di un altro che magari è più bravo. Io per esempio durante le sessions con musicisti che non conosco penso sempre che sto con la mia squadra, ci sto dentro al massimo... per me è sempre un gioco e mi diverto da morire! E questo viene notato. Una cosa che ho imparato, nella vita come nella musica, è che si cresce tanto quando ascolti gli altri: suonare per sé stessi non ha senso, ma se ascolti il batterista lui ti può dare un input che codifichi e rispedisci al chitarrista e così via... allora viene fuori la musica. L'importante è sapersi relazionare. Capita che alcuni musicisti fortissimi stanno nel giro per qualche anno e dopo spariscono perchè non sanno relazionarsi con gli altri; parlandoci ho notato che questo deriva proprio dal loro carattere.
Inoltre credo che se uno studia un pò di meno ma vive di più allora suonerà meglio, studiare e basta ti porta a fare le cose in modo limitato, direi. Anche nell'insegnamento ascolto molto i ragazzi e imparo moltissimo; se non facessi così mi priverei di tutte le infinite variabili che esistono nella musica. Con 21 lettere sono stati scritti milioni di libri, ma pensa a tutte le combinazioni che possiamo avere con le note... molto più complesso! E le combinazioni le trovi nelle persone che hai di fronte.

- Infatti spesso ci troviamo di fronte grandi nomi della musica che non hanno studiato ma sempre e solo suonato...
- Per me la verità sta nel mezzo, è importante sia studiare che suonare; nel jazz ci sono stati musicisti che prima suonavano e poi codificavano quello che avevano appena fatto... Adesso abbiamo un'enorme mole di studio, metodi ecc. ed è una cosa buona. L'importante è non fare in modo di studiare e basta, non serve suonare solo sulle basi ma interagire con i musicisti che ti possono cambiare il fill invece di fare sempre le stesse cose come invece farebbe una base. Il salto di qualità negli allievi lo vedo quando cominciano a suonare tanto con i gruppi, pensano di meno e suonano di più. Più tecnica studi più diventi una macchina, ma le dinamiche e l'espressività le acquisisci suonando con le persone... io stesso all'inizio studiavo molta tecnica, poi col tempo ho scoperto che ogni nota, a seconda di quando, come e a chi la dici assume un significato diverso.

- Riesci a essere così libero nell'approccio al pop che sembra essere più “quadrato” del jazz?
- Il pop non è quadrato... mi intimorisce sempre suonare pop, con il jazz invece  non mi succede. Nel pop è semplice il risultato, non il processo col quale è stato fatto. Accorgimenti come appuntamenti, note puntate ecc. sono tutte cose stabilite, e se ne cambi una allora il giro non funziona più. Invece nel jazz può capitare qualcuno che suona troppe note, e se uno di questi viene a registrare un disco pop suonando molto meno allora si notano note calanti, crescenti... Molti che che si credevano grandi musicisti col pop si sono ridimensionati... Il pop è molto impegnativo per il suono, il timing, e poi devi creare! E' l'idea che conta, così come nel jazz vero, comunque... B.B. King conosce due scale ma ha fatto la storia della musica, altri invece sanno tutte le scale ma ti annoiano. Io nel jazz sono più concentrato ma nel pop mi chiedo sempre se mi verrà in mente qualcosa, se avrò il suono giusto... i particolari della nota, insomma. Credo che non si possono fare differenze sui generi musicali, secondo me ci sono solo culture differenti e ognuna di queste ha la propria musica, il proprio cibo, le proprie donne, e tutte hanno pari dignità, basta solo conoscerle. Ogni giorno della mia vita ho scoperto sempre cose nuove, sono una persona aperta a tutto e a tutti e ho la curiosità di consocere quello che il mondo mi offre.

- Vanti collaborazioni al top in campo pop e jazz... qual è secondo te la cosa che accomuna i grandi della musica?
- I grandi sono quei musicisti che ti prendono con tutti i pregi e difetti, tutta la tua persona. Chet Baker e Mina sono quelli che mi hanno dato di più. Ad esempio, una volta Mina mi guardò stupita quando le chiesi se una mia take le fosse piaciuta... lei mi rispose che ero io il responsabile del mio basso, quindi se piaceva a me piaceva pure a lei! In seguito non le ho mai più chiesto nulla... E questo ti mette fiducia ma anche una grande responsabilità che però ti fà dare il massimo. La cosa più bella è essere sé stessi, e lei vuole questo da me. Questo crea un insieme che rende la musica magica, e se ognuno conosce il suo ruolo allora è bello.

- Quanto la tecnologia ha inciso nel mondo della musica?
- Ora va tutto più veloce, dopo pochi anni di studio si crede di saper già suonare... ma servono tempi di maturazione per imparare a suonare come si deve. Le tecnologie moderne hanno un pò offuscato il modo di interagire con gli altri (pensate ad esempio a registrare un basso solamente col click senza le altre tracce...). Io preferisco viverle con gli altri queste sensazioni, ma un ragazzo magari dà per scontato che suonare da soli a casa serva a crescere... il fatto è che se stai da solo hai sempre ragione, non hai mai problemi! Invece mettersi in discussione interagendo con gli altri è la cosa fondamentale. Bisogna distinguere le cose che si sanno e quelle che si sanno fare... io sò solo quello che so fare.

- Come definiresti la parola musica?
- Per me la musica è espressione dell'uomo, il linguaggio più universale che esiste... possiamo comunicare con persone di tutto il mondo, se suono un blues con un giapponese ci capiamo benissimo. E' come una lingua, serve per esprimere degli stati d'animo; i grandi che hanno inventato certi tipi di musica erano in stati d'animo particolari, appunto. Non vedo la musica come un'entità ma come una cosa che nasce dentro di noi, che prima di essere musicisti siamo uomini, con tutte le esperienze che abbiamo vissuto. Grandi musicisti come Clapton e Santana si sono evoluti nel tempo perchè oltre a suonare hanno vissuto molto, in ogni nota puoi sentire tutta la loro esperienza di vita; questo ci fa capire quanto conta vivere per poter dire qualcosa.

massimo-moriconi-3- Spesso mi trovo nella situazione in cui, mentre suono, mi sembra di essere una specie di “tramite”, come se non fossi io a suonare ma sia la musica stessa a dirmi cosa devo fare...
- Quella si chiama ispirazione... sin dagli inizi della storia l'uomo ha sempre avuto questa inclinazione: pensate ai ritmi tribali e ai canti attorno al fuoco delle tribù, vere e proprie jam sessions! E' uno strumento che appartiene a tutti, ma chi studia riesce ad esprimere meglio cosa sente in quel momento; poi a seconda delle invenzioni allora l'uomo si adegua; pensate alla scoperta dell'elettricità... sono arrivate le chitarre elettriche! Ma tutto nasce dall'uomo, non è una cosa esterna.

- Sei anche un grande didatta, e il tuo amore per l'insegnamento è una cosa che gli allievi percepiscono molto. Basta questo per essere un bravo insegnante, data la responsabilità del ruolo?
- Serve non generalizzare: bisogna vedere chi hai di fronte, ogni allievo è unico e quindi rivedo il modo di dire le cose che alla fine sono sempre le stesse... devi trovare il modo giusto per far sì che che l'allievo faccia le cose con voglia, motivarlo. Dare input e farli camminare da soli, altrimenti si creerebbero molti piccoli “Moriconi”. Jim Morrison diceva “Io non sono nessuno ma nessuno è come me”, e questo riassume molto il concetto. Mantenere l'unicità del proprio essere è importante, rimanere originale è una scelta anche se notiamo una globalizzazione persino in questo, dati i modelli odierni.

- Quindi l'imporre un modo di essere su un altro si trova anche nella musica?
- Si, ora c'è un grande appiattimento perchè abbiamo sempre gli stessi modelli... Un tempo tutti stavano in fissa per il tapping, ma poi B.B. King era l'unico che vendeva dischi! Ci vuole l'anima, non solo la tecnica, trovare un bilanciamento è importante. Pensate a Eddie Van Halen: lì trovo tutto, idee, melodia, tecnica, passione... per me è il massimo. Quando invece tendi a fare note su note allora non è proprio suonare. Durante la rivoluzione del '68 c'era musica di tutti i tipi, e questo rifletteva il grande cambiamento da un mondo chiuso e cattolico a uno più aperto... quando ho visto Woodstock mi sono innamorato non solo di Hendrix e Santana, ma anche del pubblico, tutti andavano d'accordo, facevano l'amore nel sacco a pelo senza che nessuno li giudicasse... ora invece vediamo  politici che negano le verità dell'altro e peggio. Fortunatamente sono cresciuto in un ambiente in cui c'era dialogo e comunicazione, ma vedo che di questi tempi o stai da una parte o dall'altra; si parla di cose senza averle prima sperimentate... La paura di essere giudicato in base ai modelli odierni ti limita come persona e musicista. Ci vorrebbe un altro '68!

- Le tue più grandi soddisfazioni professionali?
- Le ho avute da una vita molto densa e varia, senza tempi morti... quando andavo a fare un disco avevo una vitalità che mi permetteva di suonare al meglio, con entusiasmo. Tutta la mia musica è nata dalla mia vita privata, e quasi ogni giorno provo un'enorme felicità ma anche sorpresa per la mia vita; ogni cosa mi rende felice, anche fare quest'intervista. Mi godo ogni cosa che faccio, dalla più piccola alla più grande, cerco di dare un gran significato a tutto perchè non voglio abituarmi alle cose. Sesso, amici, cibo, lavoro e salute, questi sono i pilastri della mia vita.

- Ci sono musicisti che dicono di vedere forme e colori mentre suonano... tu cosa ne pensi?
- Può darsi, non so... Diciamo che prima di pensare a queste cose se mi serve sto concentrato sul tempo e sugli accordi se la struttura è difficile da seguire... ma poi su un pedale di Mi7 magari posso vagare di più con la mente. Certi meccanismi devono diventare naturali, poi uno vede quello che vuole. Comunque sia io penso alla... si può dire???

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