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Gianluca Verrengia

Scritto da Roberto Fasciani. Postato in Italian Artists

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Gianluca Verrengia

 

Gianluca Verrengia , classe '73, muove i suoi primi passi da chitarrista partendo con la classica per poi rifinirsi con l'elettrica. Ha un curriculum fitto di collaborazioni: Manuela Villa, Articolo31, Federico Salvatore, Tiziano Ferro, e vanta come compositore la realizzazione di sigle di videogiochi e colonne sonore per spettacoli teatrali e cortometraggi. Dal 1998 al 2005 è stato docente di chitarra Pop Rock presso l’Università della Musica di Roma, fino ad arrivare ad oggi nel nuovo spazio polifunzionale Fonderia delle Arti sempre nella capitale; ha pubblicato cinque libri di didattica chitarrista tra cui “Joe Satriani”ed. Riuniti e “La chitarra Funk dal blues al metal” ed. Carish Playgame. La sua preparazione è da invidiare, studi classici e moderni lo hanno portato a creare uno stile molto personale, dove la spiccata versatilità e musicalità è la caratteristica piu’ evidente. Un esempio di questo è certamente “Travels in a Six String World”, suo primo disco di inediti uscito a novembre dello scorso anno. GianlucaVerrengia

- Quando hai iniziato a suonare?
- Il mio interesse per la chitarra venne nell'85 quando vidi su Videomusic The Final Countdown degli Europe; dopo il rock iniziai a studiare con la classica e poi comprai l'elettrica, suonando con molte band. Mi sono diplomato da privatista al Conservatorio di Latina ma per attitudine mi sentivo un chitarrista elettrico, anche se devo dire che il rigore e la disciplina del mondo classico mi hanno aiutato molto. Il mio percorso elettrico è quasi da autodidatta, di tanto in tanto facevo delle “overdose” didattice con Gianfranco Diletti, la cui illuminazione e chiarezza dei fatti chitarristico-musicali è nota a tutti.

- Parlaci delle tue prime esperienze professionali.
- Dopo aver suonato come molti miei coetanei in gruppi rock e metal mi trovai a sostituire un amico in una band disco-funk; quel mondo sconosciuto per me, molto ritmico e con pochi soli mi fece concentrare di più su come accompagnare ed essere essenziale, lasciandomi il tempo di approfondire le nozioni teoriche che studiavo. In quel modo ho solidificato la mia conoscenza dell'armonia, e in tutti i generi che ho suonato trovavo sempre qualcosa di nuovo da imparare. Di qui capii che mi servivano soldi per tutta l'attrezzatura che volevo, così ho iniziato a lavorare come professionista.

- Qualche consiglio a chi vuole diventare musicista professionista?
- Una dritta che posso dare è quella di saper leggere, molti ingaggi li ho guadagnati grazie alla lettura. Ti faccio un esempio: il primo lavoro da professionista vero fu uno spettacolo teatrale basato su delle canzoni inedite di Totò. Il lavoro in quel caso si basò quasi interamente sulla lettura e sull’interpretazione di partiture già scritte e predisposte dagli autori. Anche se è vero che in studio si lavora molto con le sigle degli accordi, succede spesso di dover leggere parti create sul piano che devono quindi essere codificate sulla chitarra velocemente. Questo tipo di cose ad esempio, succedevano spesso anche nella lavorazione al disco di Federico Salvatore o piu’ recentemente con Alex Arena.

- Cosa si deve fare per ottenere un bel suono di chitarra?
- La prima cosa è l'educazione all'ascolto: ascoltare un chitarrista e capire che attrezzatura usa, dalle chitarre fino agli ampli. Ad esempio, ascoltando i Led Zeppelin ti fai un'idea sul set up di Page, scoprendo così Les Paul e Marshall o Vox; ascoltando Hendrix scopri il mondo Stratocaster- Marshall e così via. All'inizio è importante emulare il più possibile i suoni che senti sui dischi, poi si deve ottenere un suono personale; non è facile ma questo deve essere l'obiettivo, non si può essere cloni di qualcun’ altro. Un buon musicista ha sempre un bel suono, e infatti molti dei grandi (non solo chitarristi) si riconoscono tra mille grazie al loro suono personale. Spesso è proprio la curiosità che ti fa scoprire cose rivoluzionarie: ad esempio The Edge ha creato un mondo e uno stile unico, imitato in tutto il mondo, perché musicalmente vincente ed originale; magari The Edge ha scoperto il suo stile “giocando” fino all’ estremo con il delay forse perché era l’ unico effetto che aveva e qui si apre il discorso dell’ essenzialità…

- Un chitarrista che ti ha stupito ultimamente?
- Uno degli ultimi è stato Tom Morello: partendo da un suono funk distorto è riuscito a essere molto originale con l'uso di effetti. Insomma, anche nel suo caso la bravura sta nella ricerca creativa. In questi ultimi anni però ci sono poche sorprese, tolti i grandi del passato ora abbiamo ottimi chitarristi che però si rifanno ai maestri, quindi niente di nuovo, faccio fatica a trovarne uno che sia alla pari di questi. Al massimo “aggiornano” il discorso musicale dettato dai grandi.

- Secondo te qual'è il motivo?
- Il motivo può essere la troppa offerta, sia didattica che di strumentazione. Ciò ti porta ad essere poco innovativo; per esempio, dal punto di vista del suono, se hai un'attrezzatura essenziale allora la sfrutti al massimo e magari esce fuori un tuo stile. Oggi è davvero difficile trovare qualcosa che sia totalmente rivoluzionare ed innovativo, tantissimo è stato scritto prodotto. La soluzione è sicuramente la contaminazione timbrica e musicale, magari con culture musicali opposte; un po’ quello che è successo al musica tonale da Mahler fino a Ravel, Debussy e Wagner, con l’ estremizzazione tonale e timbrica ...

- Chitarristi che ti hanno influenzato?
- Direi sintetizzando Hendrix, Van Halen, Malmsteen, Metheny, Eric Jonhson, Scott Henderson, De Lucia, Satriani…. uno che ancora oggi mi stupisce è Jeff Beck: anche oggi a 60 anni ha un controllo totale sulle note, è impressionante. Tecnicamente è difficilissimo da emulare, perché ogni nota è trattata a se con articolazioni diverse… da trascrivere correttamente è sempre stato un delirio e quando trascrivevo per Chitarre ricordo ho speso diverso tempo sulla questione… In generale un chitarrismo più lirico, un fraseggio musicale che è improntato più sullo sviluppo melodico. Voglio dire anche Holdsworth è fantastico, ma è veramente un approccio trasversale unico che solo e soltanto lui riesce a gestire in quel modo… ed infatti i vari tentativi di cloni sono tosti da digerire...

- Viviamo in un'epoca in cui il computer è diventato parte integrante della nostra vita, soprattutto musicale; cosa ne pensi in proposito?
- Il computer può essere utilissimo, nello studio e nella composizione, ma c'è il problema della mancata interazione tra musicisti: puoi fare un disco anche da solo ma non hai l'alchimia del gruppo, lo scambio di idee. Con internet ho lavorato molto bene, componendo sigle di videogiochi e colonne sonore lavorando in remoto. Credo che siamo ancora agli inizi del suo potenziale, quando si avrà più banda avremo maggiori facilitazioni; addirittura ci sono modem particolari per registrare in tempo reale con una buona qualità, così hai la possibilità di fare un disco con musicisti di tutto il mondo. Il fatto negativo è che si è perso il culto del disco, puoi ascoltare e scaricare migliaia di titoli quando prima ti andavi a cercare il disco in negozio, vedevi la copertina i crediti di chi suonava nel disco, e te lo godevi fino all’ ultima nota… Oggi tra downloads e masterizzazioni piu’ o meno “trasparenti” si vive con meno intensità quel momento catartico della scoperta di nuova musica.

- Secondo te la tecnologia ha portato progresso nella musica?
- Diciamo che è importante saperla usare, ci sono lati positivi da sfruttare e lati negativi da evitare. Ho letto un articolo (www.rollingstone.com/news/story/17777619/the_death_of_high_fidelity/print) in cui D. Fagen dice che siamo andati avanti nella tecnologia in modo pazzesco ma siamo tornati indietro come qualità audio. Come standard ora abbiamo gli mp3, registriamo materiale ad altissima risoluzione in studio, magari a 192 Khz per poi arrivare ad un prodotto finale che è un collo di bottiglia pazzesco, che schiaccia e taglia lo spettro sonoro, ti fa perdere l'immagine stereofonica.

- Parliamo ora del tuo disco solista, Travels in a six strings world. Com'è nata l'idea di fare un album?
- E' stata un'esigenza, avevo tanti appunti maturati durante varie esperienze musicali e professionali con tanti kilometri con musicisti diversi; per questo il disco si chiama Travels. Una volta accumulati un bel po’ di idee ho cominciato a dare una sistemata e piano piano hanno preso forma nel mio studio. Dopo aver sempre suonato tanto per conto terzi, ho sentito il bisogno quasi fisico di avere un qualcosa che fosse totalmente mio, così sono uscite fuori le mie influenze, comprese quelle classiche. I miei studi di composizione sono stati fondamentali, senza avrei fatto un disco diverso. Sono stati molto utili perchè mi hanno insegnato ad essere essenziale ed ad avere sempre una direzione più musicale che strettamente guitar oriented.

- Nel disco ci sono pezzi di generi molto diversi, non credi che così si possa perdere l'identità musicale?
- Mi sono sentito combattuto su questo, il pericolo c'era, ma visto che il disco è frutto di 3 anni di appunti era ovvio che risultasse vario. Comunque sono generi che fanno parte della mia esperienza, mi sono sentito in dovere di rendere un omaggio a tutte le cose che ho fatto. Di sicuro non ho pensato a fare un disco solamente per chitarristi, ho preferito fare musica nel senso globale del termine. Ci sono state situazioni che mi hanno ispirato dei brani, come ad esempio a Toronto: davanti all'albergo dove alloggiavo c'era una ferrovia, e il rumore dei treni mi ha ispirato il riff di Irish song; in Nordamerica le ferrovie sono state costruite da operai principalmente irlandesi, e così... Ci tengo a nominare i musicisti della band io (risate), alla batteria Daniele Iacono, al basso Francesco Licciardi, al piano Paolo Iurich, mentre nei live si alternano Adamo De Santis alla batteria e Peter De Girolamo al piano.

- Ora parlaci dell'attrezzatura che usi.
- Nei live e in studio ho la stessa attrezzatura, praticamente l'ho clonata! Utilizzo vari effetti controllati a un looper della GCX pilotato da una pedaliera midi che mi permette di utilizzare le varie combinazioni di pedali. Questo perchè per necessità soprattutto dal vivo, dovevo passare da un suono diversissimo dall’ altro. I pedali che uso sono MXR Dynacomp, TS-9 Ibanez, poi un DS-1 Boss, chorus Ibanez CS 9, Phaser Electroharmonix, tremolo Danelectro e un delay Boss. In parallelo all'ampli (Marshall JCM800 o Mesa Boogie DC2) uso un Lexicon MPX1, un Wha- Wha e un pedale del volume che stabilisce la quantità di effetto che voglio usare. In studio utilizzo la stessa roba ma ho una pedaliera Vintek FB5 come looper. Per quanto riguarda le chitarre ho una Blade RH4 di cui sono endorser, Stratocaster dell'88, una G+L telecaster e un Ibanez modello Satriani. Comunque nel mio sito www.gianlucaverrengia.com potete trovare informazioni e foto di tutta la mia attrezzatura.

- Possiedi uno studio di registrazione ben attrezzato a Latina, Audioworks Studios; il fatto di essere anche fonico ti ha portato a migliorarti come musicista?
- Beh, i chitarristi sono potenzialmente dei buoni fonici, più dei tastieristi (risate) perchè fin dal primo giorno hanno a che fare con le minime sfumature generate da toni, volumi, amplificatore, senza parlare di tutti gli effetti che abbiamo a disposizione. La scelta è vastissima, quindi per natura siamo portati a fare mille esperimenti finalizzati ad avere un bel suono, e già questa è una prerogativa del fonico. Insomma, inconsciamente i chitarristi fanno un vero e proprio corso di fonia!

- Con chi suoni adesso?
- Sono in tour con Manuela Villa (suono con lei ormai da 5 anni), ho la mia band The Verreng Project con la quale sto portando in giro la promozione del disco.

- Hai passato un periodo anche negli USA, parlaci di questa esperienza.
- Sono partito per finire un lavoro di colonna sonora per un DVD sulle tecniche di rilassamento, così sono andato a New York anche per conoscere l'ambiente musicale. Sono stato più di 2 mesi in tutto tra NY, Cleveland e Los Angeles. A NY la cosa che ti colpisce è la professionalità estrema: ho conosciuto S. Reeves che insegna al NYC College e ho potuto assistere ai laboratori tenuti da Patitucci. E' stato interessante vedere che un grande musicista come lui si preoccupava della puntualità degli allievi, l'attenzione con cui seguiva la loro esibizione... Addirittura arrivava sempre in anticipo per esercitarsi sul contrabbasso o sul piano...incredibile! Una disciplina e un rigore encomiabili.

- Differenze con i musicisti italiani?
- Beh, un'ottimo musicista è quello che continua a studiare, non solo sullo strumento ma anche sul suono, sulla ricerca del linguaggio musicale, sulle nuove soluzioni. In questo preferisco più l’ approccio inglese che americano, ma in Usa hanno un grande business, produzioni, moltissimi club con attrezzature di qualità e una scena musicale vastissima... alcune volte personalmente li trovo meccanici, ma sull'organizzazione sono impagabili. Agli italiani non manca nulla per talento e preparazione, abbiamo grandi musicisti rispettati ovunque ma purtroppo ci manca l'organizzazione e un ambiente che ci valorizzi. Sicuramente in questo possiamo prendere spunto dagli USA!
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